Un sentiero serpeggia tra le ombre fresche di un bosco fitto, guidando silenziosamente i passi verso l’Adda e la sua storica alzaia. Il fiume si apre come una strada d’acqua che da secoli conduce verso Milano, a sud, e Lecco, a nord, disegnando un confine liquido tra territori e storie. Di fronte, sull’alta sponda bergamasca, si affaccia Suisio, sentinella di pietra e memoria. Proprio qui, Villa Paradiso si inserisce come un racconto stratificato che attraversa epoche, ordini religiosi, famiglie nobiliari e paesaggio stesso.
Anticamente, Villa Paradiso era attraversata da una via chiamata “la costiera”, un percorso che correva lungo il margine alto del fiume, unendo Trezzo ai borghi lecchesi. Oggi, quel tracciato, che fu solco di commerci e pellegrinaggi, si è ridotto a un cammino per mezzi agricoli che giunge a Porto d’Adda; oltre, verso Paderno, ne restano solo frammenti.
Recenti scavi archeologici, nella parte alta della frazione di Cornate, hanno rivelato che Villa Paradiso, originariamente, era parte di un antico insediamento romano, come testimoniato dalla presenza di una villa del III secolo d.C. e di una piccola cisterna romana coeva, costruita con pietre dell’Adda, oggi visibile nel giardino antistante il municipio della città, entrambi segni tangibili della romanizzazione dell’area. Nei secoli successivi, probabilmente nel VII-VIII secolo, i Longobardi trasformarono la villa romana in una necropoli, lasciando 17 tombe intatte, con scheletri e corredi funerari.
Compiendo un passo in avanti, nel 1393, il fertile territorio che da Brivio si estendeva verso sud, comprendendo l’odierna Villa Paradiso, venne eletto a riserva di caccia da Gian Galeazzo Visconti, signore di Milano. Le sue foreste rigogliose, popolate da caprioli e cinghiali, attiravano nobili e falconieri, che tra queste selve cercavano gloria e svago.
Sul finire del XVI secolo, la tenuta finì nelle mani di un oscuro personaggio: Leon Santo di Trezzo, detto anche “Leonforte”. Questi fece costruire una casa da nobile, con annessa dimora per il massaro incaricato di sovrintendere ai terreni. Ma l’eredità di Leonforte è tinta di sangue e leggenda: uomo prepotente e violento, fu giustiziato dopo aver assassinato a fucilate un certo Figini a Trezzo. Proprio in questo periodo, secondo la tradizione popolare, Villa Paradiso acquisì il suo sarcastico nome: chiunque varcasse i confini della proprietà del tiranno, difficilmente ne faceva ritorno. A chi chiedeva: “Che fine ha fatto?”, si rispondeva con macabra ironia: “È andato in Paradiso”.
Nel 1635, le terre passarono al marchese Paolo Torriani, che ampliò la proprietà fino a comprendere case, campi, boschi, brughiere e perfino una segheria (resega) posta sulle rive dell’Adda. Questa fu demolita solo nel 1910 per fare spazio alla futura centrale idroelettrica Carlo Esterle.
Alla fine del XVII secolo, i Gesuiti di Como ereditarono la proprietà e vi costruirono un’ampia villa per ritiri spirituali, inglobando edifici precedenti. La fantasia popolare attribuiva alla dimora tante stanze quanti sono i giorni dell’anno. Qui, tra terrazze e vigneti soleggiati, i padri gesuiti trascorrevano intere giornate in meditazione e riposo, protetti dalla bellezza del paesaggio. Il complesso comprendeva un oratorio dedicato a Sant’Ignazio di Loyola, oggi sconsacrato, un grande cascinale quadrato con case per i contadini, stalle, un caseificio, un torchio per il vino e una ghiacciaia sotterranea, ancora visibile. Per rendere il luogo ancora più interconnesso col mondo, i gesuiti tracciarono un sentiero che conduceva al fiume, tutt’oggi percorribile. Da lì, le barche salpavano cariche di derrate e persone, seguendo l’Adda e il Naviglio Martesana fino a Milano, verso il Collegio di Brera, cuore pulsante dell’ordine. Da quel momento il nome “Villa Paradiso” cominciò a indicare non più un luogo sinistro legato alla violenza del suo signore cinquecentesco, Leon Santo, ma un luogo di armonia e pace, ben più esteso del complesso architettonico in sé.
Eppure, la pace fu spezzata nel 1705, quando le artiglierie austriache, appostate sulla riva opposta a Suisio, colpirono l’edificio durante uno scontro della Guerra di Successione Spagnola. Al comando dell’attacco vi era il principe Eugenio di Savoia, soprannominato “ul cerech” – il chierico – per la sua formazione ecclesiastica. Le sue cannonate segnarono la pietra, ma non riuscirono a cancellare lo spirito del luogo.
Poco dopo, nel 1773, papa Clemente XIV decretò la soppressione della Compagnia di Gesù e, anche nei domini di Maria Teresa d’Austria, i beni dei gesuiti furono confiscati per uso pubblico. Anche Villa Paradiso, un tempo loro ritiro spirituale, fu amministrata dal conte Durini e messa all’asta nel 1779. Dopo il ritiro dell’unico offerente iniziale, i fratelli Bughi, nobili di Cornate, acquistarono la proprietà per 123 mila lire imperiali.
All’inizio dell’Ottocento, Gaetano Bughi demolì parte della Villa nella vana speranza di trovare un tesoro. La proprietà passò poi al conte Carlo Gaspare Parravicini. Il 19 maggio 1861, monsignor Carlo Caccia Dominioni, vescovo vicario di Milano, si rifugiò a Villa Paradiso dopo essere stato aggredito per non aver celebrato i festeggiamenti per il neonato Regno d’Italia. Da qui diresse la diocesi per due mesi, e vi fece ritorno nel 1866, morendovi il 6 ottobre. Per motivi di ordine pubblico, fu sepolto a Cornate. Solo nel 1902 la salma fu traslata nella chiesa parrocchiale.
Nel 1918, la famiglia Stucchi acquistò la Villa, trasformandola nel ristorante “Al Castello”. Ancora oggi, vi si può ammirare una palla di cannone del 1705 conservata in una teca. Negli anni Settanta del secolo scorso, la struttura fu rimaneggiata per adeguarsi all’uso commerciale. Dopo secoli di trasformazioni, oggi la villa si presenta come una struttura a pianta rettangolare con corte d’onore quadrata affacciata sull’Adda e un’elegante torre quadrangolare che svetta dal corpo padronale, arretrata rispetto alla facciata. Un portico ad archi ribassati unisce la residenza principale ad altri fabbricati. La cappella sette-ottocentesca, pur oggi deposito, conserva tracce di decori originali. Il giardino è racchiuso da un muro ottocentesco e il parco digrada verso il fiume, offrendo una delle viste più ammirate dai viaggiatori dell’Ottocento, che lodavano la bellezza della valle e del vicino castello di Trezzo. Lungo l’alzaia del fiume emerge la sorgente della Ruschetta, storica fonte d’acqua limpida e salutare, un tempo usata da mulini, carrettieri e barcaioli. Oggi, come allora, disseta camminatori e ciclisti lungo l’Adda. Nell’ultima parte del Novecento, una delle cicatrici lasciate dall’estrazione di ghiaia nel territorio di Villa Paradiso, fu risanata con la nascita del vicino Golf Club: percorsi e buche immersi in un paesaggio ondulato che, con il suo magnifico verdeggiare, restituisce al nome “Paradiso” il suo senso più vero.
Contenuto testuale sviluppato a partire dagli scritti di Guido Stucchi.
Modalità di Accesso
Villa Paradiso è fruibile dall'esterno in ogni momento.