Modalità di Accesso
L’area esterna dell'Ex Fornace è liberamente accessibile in ogni momento.

Insieme a sabbia e pietra, il laterizio rifondò l’economia trezzese. Già nel 1872 Emilio Mantegazza innalzava una fornace. Coi Perego, qui in località San Martino, sfornavano mattoni i Radaelli. La loro sede amministrativa affacciava sul rione Valverde almeno fino al 1904, oltre la cui data l’ing. Agostino Perego cedette la propria quota al socio Gian Angelo Radaelli, aprendo una smalteria industriale su via Brianza (poi Dante).
Giuseppe Radaelli fu Francesco era allora comproprietario delle fornaci in Morengo, Madone e Trezzo, affidando quest’ultima alla direzione di Emilio Roncalli fu Samuele (1871-1945). Questi emigrò in paese dalla natia Morengo, lì dove sua madre gestiva un’osteria, per provvedere dal 1900 al 1929 al governo dell’attività Radaelli, in cui gli succedette il figlio Giovanni detto “Nino” (1904-1953).
Fin dalle 04.30 del mattino, il “paltìn”, l’operaio della zona, che era retribuito a cottimo, modellava un colmo di 1.600 mattoni al giorno. Gettava a terra un pugno di litta nera, fornita dalle cave Doneda sul Brembo, facendo rotolare la parte d’argilla che poi calcava nel ligneo stampo a due matrici. Rovesciava i mattoni sul cortile dal quadrato banchetto di 1,20 m, dove li rasava bagnandoli. Lasciato sul fianco, per rapprendere, il laterizio a stampo veniva ricoverato l’indomani sotto ripari con tanto di tegola e sipario in cannette per custodirlo dalle intemperie. Ogni giorno per quello seguente, il il “paltìn” doveva inoltre impastare alla giusta consistenza l’argilla di coppe, mattoni semplici o più pregiati grossoni. Lo faceva entrando coi piedi nella palta, l’impasto argilloso, cui aggiungeva acqua piovana dalle cinque foppe scoperte: “fupum”, “fupètt“, “dal Fraa“, “dala Paia”, “dal Praa”. L’apprendista del “paltìn”, che gli era perlopiù figlio, raschiava sull’aia la sbavatura lasciata dai mattoni. Il forno veniva avviato in marzo, alla presenza del prevosto benedicente. Con carriole, barelle e carrelli Decauville, i pezzi ormai asciutti venivano trasportati al forno per la cottura. Sistemava fin dalle 04.00 il carico estivo, che poi recuperava ancora rovente con le mani fasciate e la polvere nei polmoni. Non meno ingrata era la fatica del “fugarìn” (fuochista) che, per dodici ore giornaliere, gettava da quaranta bocchette superiori il carbone in pasto al fuoco di fornace. Accendeva la prima fiamma col legname che la famiglia Giupponi scaricava lì dalla Roncola, alimentandola e facendola salire fino ai 15 metri d’altezza all’interno del forno. Di alcuni operai, fino al 1930, il libro-paga Radaelli registra con un’asta l’orario lavorativo, per testimoniare che avevano faticato dall’alba al tramonto. Mostravano mani spaccate anche caricando i mattoni sulla tramvia “Gamba da Legn” o cavando l’argilla, dove poi ripristinavano il manto coltivabile. Malgrado la guerra rendesse la produzione più esigua, soprattutto per la carestia di carbone, la media rimase di 40 impegnati estivi. Nell’inverno 1940 una compagnia di soldati italiani parcheggiò, per due mesi, trenta autocarri sotto i portici della fornace.
Cristian Bonomi
L’area esterna dell'Ex Fornace è liberamente accessibile in ogni momento.
Via Emilio Brasca, 76, Trezzo sull'Adda, MI, Italia
Circa 15 minuti
Gratuito
*accessibilità motoria